Pubblicazione sul Teatro Lolli

È disponibile l’opuscolo edito dalla Editrice La Mandragora, 48 pagg., al costo di 5 euro

Teatro Lolli

luogo di passione progetti partecipazione

30 anni dopo:

una storia raccolta da Cristina Gallingani

prefazione di Giuliana Zanelli

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Teatro Lolli

Viale Caterina Sforza 3 - Imola

 

 

 

 

Intilt: vocazione artistica e vocazione... manicomiale!

Essere dentro il Teatro dell’ex ospedale psichiatrico “Luigi Lolli” quali operatori di cultura e di arte, e interessarsi della storia imolese della follia, è conseguente. Vi proponiamo perciò alcune brevi note per orientarvi sulle principali vicende dei contenitori manicomiali della città di Imola.

 

I manicomi – che da diversi anni in Italia non esistono più – sono nel mondo occidentale una realtà storica di lunga durata, e tuttavia contingente: la loro istituzione è legata a concezioni che sono sorte nel tempo e poi col tempo si sono modificate. Quella che venne chiamata, a seconda dei momenti, “follia”, “alienazione mentale”, fu vista dalla società in modi diversi nelle diverse epoche, e solo negli ultimi secoli in Europa si pensò che certi individui fossero da rinchiudere e da “curare” in quanto malati: cfr. Michel Foucault, Storia della follia nell’età classica (per la Francia: secoli XVII-XVIII).

 

Per più di duecento anni la storia di Imola è stata segnata sul piano economico-sociale e urbanistico dalla presenza di due manicomi, che oggi identifichiamo con il Lolli e l’Osservanza. Essi svolsero un ruolo di vera e propria impresa, facendo affluire denaro in città e creando numerosi posti di lavoro.

Il primo asilo psichiatrico a Imola nacque nel 1845 per iniziativa del dr Cassiano Tozzoli e fu ospitato in un apposito reparto costruito dietro l’Ospedale che oggi chiamiamo vecchio, ma che allora era l’Ospedale nuovo. Era la prima istituzione del genere in Romagna e perciò subito si determinò un’affluenza da diverse zone dello stato Pontificio: Ravenna, Forlì, Ferrara e anche le Marche. A disporre il ricovero e a pagare la retta erano spesso i Comuni.

Se però il Tozzoli agiva ancora in una mentalità prevalentemente assistenziale-filantropica, con Luigi Lolli – il medico che nel 1862 assunse la direzione del piccolo manicomio imolese – si realizzò la svolta imprenditoriale, per realizzare la quale egli ebbe un’idea da lui stesso definita temeraria, «quella di fondare un manicomio nuovo di pianta». Era convinto che occorresse guardare al modello di funzionalità dei manicomi francesi che «sembravano garantire una buona direzione tecnico-scientifica unita ad una efficace direzione amministrativa» (Migani).

Egli presentò dunque nello stesso 1862 il suo progetto alla Congregazione di Carità che allora provvedeva all’assistenza sanitaria, prospettando anche criteri di gestione che avrebbero portato a risolvere il cronico passivo del bilancio dell’asilo, e a trasformarlo addirittura in una fonte di entrate (le rette dei ricoverati) che avrebbero consentito l’erezione del nuovo manicomio. L’edificio venne progettato da un grande architetto, Antonio Cipolla, che in quegli anni sessanta costruì anche la sede della Banca d’Italia in Bologna. La grandiosità dell’impianto si può apprezzare dal viale Saffi, di fronte al parcheggio Bocciofila, ma anche passeggiando all’interno dei grandi cortili a forma di chiostro. Il progetto fu approvato: «Cominciava così, con un accordo fra Lolli e la Congregazione, la vocazione manicomiale di Imola, testimoniata ancora oggi dalla presenza di due edifici manicomiali» (Migani).

Il dottor Lolli, di orientamento liberal-conservatore, era non solamente un medico, ma anche un uomo introdotto nella vita pubblica cittadina a diversi livelli. Fu per anni presidente della stessa Congregazione di Carità intitolata a Santa Maria della Scaletta, e perciò non ebbe opposizioni. Nel 1874 il suo impegno ebbe un riconoscimento nella elezione di Imola a sede del primo congresso freniatrico (= psichiatrico) italiano, con il che la città diveniva momentaneamente la capitale italiana della psichiatria.

Una legge dello Stato imponeva l’obbligo alle province di mantenere i mentecatti poveri. «Il numero crescente delle domande di ricovero, provenienti dalla provincia di Bologna, dalla Romagna e da altri luoghi d’Italia, presto fece risultare insufficiente la capienza di 800 letti, che in un primo tempo era sembrata a molti eccessiva. Così, sul terreno dell’orto Osservanza, il Lolli proiettò la sua ingegnosità creativa con la costruzione di un manicomio cosiddetto allora di complemento. Contornati da giardini, cortili e passaggi coperti, sorsero altri sei padiglioni, più sobri, ma simili ai precedenti per forma e ampiezza, autonomi nei servizi, nelle case di abitazione per i medici e nei laboratori per i degenti. Il lavoro si compì, rispettando i tempi, nel 1890, sì che le giornate di presenza dei ricoverati continuarono la costante ascesa: 270.739 nel 1881, 308.693 nel 1883, 364.502 nel 1889» (Galassi).

Accanto al primo manicomio, detto centrale, ne era nato un secondo, quello che adesso chiamiamo «Osservanza» per la vicinanza con i frati minori di quell’ordine. Con la cessione verso la fine dell’Ottocento alla provincia di Bologna del manicomio centrale – poi intitolato al fondatore Luigi Lolli – alla Congregazione di Carità rimase in gestione il secondo manicomio, che si denominò Ospedale Psichiatrico Santa Maria della Scaletta.

Solo in anni relativamente recenti, questa situazione è venuta modificandosi sotto un duplice profilo:

- di gestione della sanità, con lo scioglimento della Congregazione, la nascita del Servizio Sanitario Nazionale e delle USL che hanno successivamente incorporato tutto il patrimonio immobiliare delle vecchie congregazioni;

- di concezione sanitaria e del modo di affrontare la cosiddetta malattia mentale, con lo smantellamento dei manicomi.

(Per T.I.L.T., Giuliana Z.)

 

Saggi consultati: Nazario GALASSI, Dieci secoli di storia ospitaliera a Imola, Imola, Galeati, vol. II, 1970

Cinzia MIGANI, Per una storia dell’assistenza psichiatrica. Il caso imolese, «Rivista Sperimentale Freniatrica», 1993, n. 1